È una domanda che mi viene posta con grande frequenza e sebbene possa sembrare semplice, quasi scontata, nasconde molte insidie. Prima di tutto è necessario chiarire una cosa: perché una persona dovrebbe porre una domanda del genere? È evidente che non è sicura di quel che sta facendo o di come lo sta facendo. Ha bisogno di conferme, di rassicurazioni e certezze, come qualunque persona che si confronti con qualcosa di sconosciuto (a maggior ragione nelle arti marziali, dove chiunque può dichiararsi maestro dall’oggi al domani).

Sifu Furio durante un allenamento a Hong Kong. In primo piano il GM Sam Lau.

Durante una sessione di allenamento ho avuto la possibilità di parlare con un allievo; volevo spiegargli che non deve limitare le sue competenze a quel che gli ho insegnato o gli insegnerò in futuro, ma che deve espandere il suo Kung Fu con i suoi pensieri, considerazioni… insomma con la sua essenza.

Sembra un concetto new age, ma è la realtà: nessun allievo dovrebbe mai usare il proprio maestro come obiettivo e allo stesso modo nessun maestro dovrebbe puntare a creare copie di sé stesso. Entrambi dovrebbero puntare ben più in alto!

Lo studio del Kung Fu ci pone davanti a una porta: dobbiamo per prima cosa accorgerci che si tratta di una porta e non di un muro, quindi evitare di schiantarci contro di essa. Anche questa sembra una semplificazione eccessiva, ma molte delle persone che iniziano questo percorso e poi smettono, spesso lo fanno perché non vedono una direzione, non trovano la porta. È compito del maestro mostrare loro la direzione e aiutarli a evitare i muri…

Naturalmente il praticante deve fabbricare la chiave per aprire la porta che si trova di fronte, così da proseguire nel suo cammino di apprendimento.

Dopo aver mosso i primi passi, aver compreso che cosa sia il Kung Fu e identificato questa porta, il percorso si fa sempre più selettivo, ma anche molto più interessante. Sì, perché la porta di cui parliamo non è l’unica, ce ne sono tantissime: il praticante può vivere questa cosa sia come un problema, sia come un’opportunità. 

E il bello è che, continuando nella pratica, si renderà conto che la porta che ha di fronte è composta a sua volta da molte altre porte più piccole, ognuna delle quali cela un concetto, una teoria, una difficoltà (a volte teorica, altre volte fisica e pratica). Quante sono queste porte? Semplice, dipende dal praticante!

Non tutti saranno in grado di vederle tutte, così come non tutti potranno aprire quelle che hanno identificato. Fa parte del normale corso delle cose, del sognare di poter ottenere certi risultati per poi fare i conti con la realtà.

Le porte sono tantissime e ognuna richiede una chiave, che permette di comprendere uno dei molteplici aspetti della disciplina che si studia.

Sifu Furio a Hong Kong, mentre insegna ai nuovi allievi sotto l’occhio vigile del GM Sam Lau.

Il maestro aiuta il praticante nell’identificare alcune di queste porte, ma solo alcune, non tutte! Perché, essendo un processo personale, le porte che il maestro vede saranno diverse da quelle che vede il praticante. In questo aspetto, maestro e allievo tornano a essere semplicemente due persone, con vite, modi ed esperienze diverse. È questo il segreto della pratica: allenarsi sotto la guida di un buon maestro, che sappia indicare la direzione ma non la strada, perché questa deve essere tracciata ogni volta. Non esistono semplificazioni, esiste solo l’impegno.

Se ancora non lo avete letto, potete consultare l’articolo Il Wing Chun in 10 pillole, che vi fornirà altri suggerimenti per imparare il Wing Chun nel modo migliore possibile.


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